
Viviamo in un mondo accelerato in cui siamo sempre più disconnessi emotivamente
Gli esseri umani sono animali sociali la cui prole alla nascita è completamente dipendente. Ogni individuo va sempre pensato all’interno di un sistema di relazioni biologiche, familiari, sociali e ambientali.
Nasciamo e cresciamo all’interno di relazioni, abbiamo bisogno di legami stabili, duraturi e sicuri per affrontare efficacemente i compiti di sviluppo che la vita ci propone.
I fallimenti nelle relazioni lasciano ferite nel sistema limbico, confermate dalle neuroscienze, e queste ferite possono produrre sofferenze e comportamenti inadeguati. Propongo un assioma delle relazioni umane: È impossibile non essere in relazione!
Ognuno di noi costruisce, dal concepimento in avanti, un bagaglio che si porta dietro per tutta la vita; questo bagaglio si arricchisce in funzione delle esperienze, degli incontri, delle scelte, delle decisioni e degli imprevisti vissuti.
Nasciamo tutti con un sistema potenziale che ci permette di interagire con la realtà esterna: la costruzione della nostra identità avviene attraverso l’esperienza e le relazioni che producono significato.
“Ogni individuo nasce, cresce, si sviluppa e muore. Il ciclo vitale degli esseri umani avviene all’interno di un contesto e attraverso reti di relazioni. A partire dal corredo genetico lo sviluppo umano si realizza attraverso l’intreccio di numerose variabili e circostanze. Nella crescita di un individuo l’integrazione della struttura organica anatomo-funzionale con lo sviluppo psichico è legata a una serie di organizzatori e determinanti, prime tra tutte le relazioni affettive primarie. Ognuno di noi ospita un bambino interiore, la cui storia e il passato attribuiscono significato alle cose della vita presente e futura”. (Mirella Cleri, Vita, abilità e lavoro, Armando Editore, Roma, 2021)
Le relazioni e gli eventi della vita quotidiana ci modellano, il nostro mondo emotivo cresce e si sviluppa per lungo tempo a nostra insaputa, e molte volte le nostre emozioni ci abitano come ospiti sconosciuti a cui non sappiamo dare un nome.
Nella mia trentennale esperienza di lavoro, alla domanda “Cosa prova, o cosa sente?” la maggior parte dei pazienti risponde: “Dottoressa non so… sto male…” o “non so cosa provo…” o “non so cosa sento”.
Quante volte ho ascoltato questa risposta. Quante volte mi viene chiesto “Ma è possibile che mi accada questo?”. Se alla mia domanda “È accaduto?” viene risposto affermativamente, io replico “Allora è possibile… se è accaduto è possibile!”.
Credo che sia un diritto di tutti avere gli strumenti per conoscersi interiormente.
Dagli anni ‘90 l’Organizzazione Mondiale della Sanità auspica che i governi attuino programmi di educazione alle life skills come base di qualsiasi progetto di promozione della salute. Conoscere, nominare e condividere le emozioni è una life skill, e anche la capacità di costruire relazioni efficaci, intime e interpersonali.
Nelle relazioni intime e interpersonali possiamo provare sicurezza o paura.
Nel primo caso ci sentiamo al sicuro se siamo accettati, capiti, riconosciuti e protetti; nel secondo viviamo nella paura, nell’insicurezza e ci sentiamo minacciati, incompresi o maltrattati.
È normale aver bisogno di sicurezza, comprensione e protezione, soprattutto nelle relazioni intime con le figure di attaccamento, sia quando siamo bambini nel rapporto con i genitori, sia quando siamo adulti nelle relazioni di coppia e nelle relazioni in genere, anche nei luoghi di lavoro.
Abbiamo fame e sete di amore per tutta la vita. Abbiamo bisogno di amore per sopravvivere come abbiamo bisogno dell’aria e del cibo. Possiamo dare e ricevere amore, ma dobbiamo imparare a farlo.
Tutti noi riceviamo un’educazione emotiva, prima in famiglia poi nei vari contesti di vita, attraverso la costruzione dei legami di attaccamento che sono il codice di sopravvivenza più antico che possediamo come esseri umani. A volte questa educazione è distante mille miglia dai reali bisogni che ci contraddistinguono e ci regolano. Questo tipo di educazione spontanea è basata sui valori della famiglia d’origine e legata alla comunità di appartenenza e alla cultura dell’epoca storica in cui si vive.
La visione che guida l’educazione a volte però è approssimativa, ingenua, e non rispondente al reale funzionamento della nostra complessità di esseri umani. È uno dei motivi per cui l’amore da solo non basta!
Nella nostra cultura non è prevista un’educazione emotiva che ci metta in contatto con i nostri sentimenti, le passioni, la sessualità e le reazioni emotive più profonde, e che integri i nostri diversi livelli di esperienze istintive, emozionali e razionali.
Le generazioni di oggi mostrano numerosi problemi emozionali. La pandemia non è servita, come speravo, ad accrescere la sensibilità di chi ci governa riguardo ai problemi psicologici e alla loro cura. I giovani e giovanissimi sono lasciati sempre più soli, in balia dei sentimenti e delle emozioni, manifestando comportamenti autodistruttivi generati dall’immenso dolore di una crescita non sostenuta e non accompagnata da una educazione amorevole e consapevole, in cui coetanei o adulti di riferimento siano sintonizzati emotivamente.
La pandemia ha solo messo in luce un processo che la digitalizzazione stava già mettendo in atto negli ultimi decenni, con scenari di solitudine costituiti di relazioni virtuali e a distanza, che hanno disabituato all’intimità delle relazioni reali.
La famiglia non sempre è all’altezza di un’educazione emotiva consapevole, e la scuola non ha ancora recepito l’importanza di introdurre su questo tema un percorso strutturato e obbligatorio, accessibile a tutti senza discriminazioni, prevedendo oltre alla maturazione intellettuale un aiuto alla crescita psicologica ed emotiva.
I bambini e i ragazzi che in famiglia o a scuola manifestano disagi sono considerati patologici quando danno segnali fuori dalla norma. Questi comportamenti sono richieste di attenzione lanciate in relazioni e contesti poco supportanti, dove invece sarebbe necessario maggior rispetto e vicinanza emotiva.
Nell’educazione spontanea che riceviamo da piccoli, costruiamo anche pensieri e decisioni che condizionano le nostre risposte e i nostri comportamenti nella vita futura di adulti. L’incapacità di comprendere ciò che accade nel corpo e nella mente, la mancanza di parole e di gesti d’amore lasciano una traccia, costruiscono un binario su cui camminiamo nella vita. Questo fa sì che ci comporteremo e ameremo come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle.
Si dice che una patologia si trasmetta con cadenza trigenerazionale. A volte mi capita di incontrare persone ferite che troppo tardi riescono a maturare un’adeguata conoscenza di sé. Una sorta di riparazione si può attuare grazie alla psicoterapia, se nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta si sono vissute situazioni di difficoltà o traumi.
L’accesso alla psicoterapia di solito avviene quando la persona ha già cercato o provato numerose soluzioni e non ha ottenuto i risultati o i cambiamenti sperati. Ma non tutti riescono ad accedere a un percorso di terapia psicologica. Un’adeguata educazione emotiva e relazionale può promuovere un modo più adeguato di vivere e stare bene.
Quando si arriva alla tragedia non è mai per caso, non è vero come raccontano i media che andava “tutto bene” ed era “una persona normalissima”, non è proprio così. Esiste un sommerso, un mondo sconosciuto, taciuto e non tracciato che sfugge alle famiglie, ai servizi sociali, ai medici, agli insegnanti, ai partner…
Questo è quanto accade ai nostri giorni, in cui siamo sempre più esperti di connessioni tecnologiche, ma vivendo in un mondo accelerato siamo sempre più disconnessi emotivamente.
Il nostro tempo però può diventare un tempo di speranza e di crescita: esiste un’educazione emotiva ed esistono studi e conoscenze scientificamente documentate; tante esperienze vengono già realizzate a macchia di leopardo basandosi sul buon senso e la sensibilità di pochi, ma meritano di essere diffuse e sostenute in modo sistematico nella società.
“Devi farcela da solo” … “Mettici della buona volontà” … “Non piangere” … “Non avere paura” … “Non ti preoccupare non è niente”…
Questi messaggi sono barriere che ostacolano la conoscenza di noi stessi e il modo in cui funzioniamo. Non esiste ancora una cultura della competenza psicologica, una psico-educazione consapevole. Anche quando viviamo esperienze traumatiche a livello psicologico il messaggio è: “Devi farcela da solo”. In realtà non funzioniamo proprio proprio così!
È importante invece un’educazione emotiva e relazionale per maturare quelle competenze che permettono la consapevolezza, il controllo, l’empatia, la capacità di stare in relazione, di risolvere problemi, di accettare le critiche e collaborare, senza le quali non sappiamo ascoltare e cooperare e godere delle relazioni.
È importante nella nostra vita costruire relazioni efficaci di interdipendenza.
Queste abilità ci permettono di comprendere cosa ci accade e possiamo smettere di vedere noi stessi e gli altri come nemici. È fondamentale che questo sapere psicologico non resti solo un sapere accademico o una possibilità per pochi, ma diventi un diritto per tutti. Gli adulti, nei loro differenti ruoli, devono rendersi responsabili di un processo di educazione consapevole che favorisca l’integrazione e lo sviluppo delle capacità relazionali ed emotive, accompagnando i bambini fin dalla più tenera età, o addirittura dalla vita prenatale.